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domenica 29 marzo 2009

L'ALBERO DELLE NUOVE RELAZIONI

L'ALBERO DELLE NUOVE RELAZIONI
Canta.
Cammina. Sorridi a tutti.
Saluta per primo chi incontri per la strada.
Dì a qualcuno "ti voglio bene". Sappi scherzare con te stesso.
Perdona o dimentica il male ricevuto. Abolisci la parola "rancore" dal tuo vocabolario.
Regalati ogni giorno dieci minuti di silenzio. Parla con Dio, getta in Lui ogni tuo affanno.
Permettiti di sbagliare. Chiedi aiuto. Spegni il televisore ogni tanto e dialoga con chi ti sta vicino.
Comportati gentilmente. Mantieni lo promesse fatte. Ricorda compleanni od onomastici.
Leggi un buon libro. Cambia pettinatura. Ascolta la vicina sola che ti blocca quando avresti cento altre cose da fare.
Fermati a contemplare il cielo. Ringrazia Dio per il Sole. Lasciati guardare da un flore, dalle nuvole, dalle stelle.
Nascondi i tuoi crucci. Dimostra la tua felicita. Accetta un complimento. Fatti un regalo. Canta mentre fai la doccia.
Lascia che qualcuno abbia cura di te. Aiuta un ammalato. Impedisciti, per un giorno, di dire "non posso".
Guarda un fiore con attenzione. Accarezza un bambino. Dai una pacca sulla spalla dl un amico.
Vivi con intensità il momento presente. Compi le tue azioni come se fossero dei piccoli capolavori.
Pratica il coraggio e la fedeltà nelle piccole cose. Fai il tifo per la tua squadra. Cerca di essere te stesso.
Impara ad ascoltare. Chiedi scusa, se lo ritieni giusto e opportuno. Lascia perdere i pettegolezzi.
Sii un incorreggibile ottimista. Porta a compimento un impegno con lo stesso entusiasmo degli inizi.
Osserva le gemme che si dischiudono e ascolta il respiro del vento tra le fronde degli alberi.
Quando sei giù di corda, ascolta la musica leggera e se hai desiderio, mettiti a ballare.
Fai la spesa per il vicino anziano. Coltiva un hobby che ti piaccia. Compi un favore.
Fai sentire "benvenuto" chi viene a trovarti.
Sii amorevole verso tutti.
Fidati degli altri.
Perdonati.
Impegnati
a vivere con
passione:
nulla di grande
si fa senza di essa.
Non sentirti solo. Credi che in ogni cuore c'è un germe di bontà e di bene da scoprire.
Pensa agli ostacoli come occasioni per sviluppare qualità.
Prosegui sempre, nonostante tutto, il tuo ideale di buono, di vero e di bello.


(se decidi di copiarlo prima di stamparlo evidenzialo e metti allineamento centrato.... fedrai la forma di un albero.)

lunedì 23 marzo 2009

FIGLI E AMICIZIA

Aristotele affermava: “L’Amicizia è un frutto che matura lentamente”.

I genitori possono fare molto per aiutare i figli “a entrare in società” a diventare persone capaci di relazioni costruttive e soddisfacenti con gli altri.

Le relazioni con i coetanei sono fondamentali per lo sviluppo armonico della personalità. Aiutare i figli a coltivarle fin da piccolissimi, passo dopo passo significa insegnare a comporre il puzzle della loro identità e fornire gli strumenti sociali indispensabili per tutte le forme di “convivenza” futura…. Avere un coetaneo accanto aumenta la fiducia in sé, indirizza verso l’autonomia e attutisce lo stress nei momenti delicati. Solo a partire dalla preadolescenza si aggiungono la lealtà e l’impegno.
Avere un amico come spalla su cui piangere, come orecchio pronto ad ascoltare, segna l’inizio di una nuova autonomia rispetto ai genitori. Permette di esorcizzare paure e timori che gli adulti faticano a capire. Tutte le amicizie fanno crescere, anche quelle in cui il bambino rifiuta o si sente rifiutato. I genitori devono lasciare la libertà di scelta ai figli, ma devono assolutamente mantenere un controllo autorevole. Devono restare al fianco dei figli anche se in modo progressivamente più discreto e senza intromissioni troppo visibili. Il primo modo, come sempre, è l’esempio. In famiglia si impara il “metro” con cui misurare il resto del mondo.
I genitori devono conoscere e valutare con la massima attenzione l’atmosfera che regna nell’ambiente extrafamiliare: a scuola, nel paese, nel quartiere, nell’oratorio. Sono la palestra in cui quotidianamente si esercitano i loro figli. Spesso le amicizie sono strade in salita e i genitori devono affrontare insieme ai figli le piccole e grandi difficoltà nelle relazioni. Con coraggio, decisione e senso della realtà. Senza minimizzare e senza faciloneria. Le sofferenze dei piccoli sono sempre crudelmente sottovalutate dagli adulti.
Se un figlio fa fatica a fare amicizia, non gettatelo “nella mischia” ma accettate la sua timidezza. Invitate in casa, i suoi compagni per qualche festa e rimanete con lui. La vostra presenza, purchè silenziosa, lo rassicurerà e lo spingerà ad aprirsi. Se il bambino è isolato o maltrattato è necessario fargli acquisire un’abilità che gli altri bambini ammirano. D’altronde, possedere qualche competenza o riuscire in qualcosa dà un senso di orgoglio e produce un’autostima sufficiente a tollerare poi eventuali difficoltà nei rapporti con gli altri.
Avvicinare altre persone significa anche correre il rischio di essere criticati e rifiutati; un ragazzo o una ragazza sufficientemente sicuro di sé affronta questo rischio. Se è rifiutato dai compagni esaminate la situazione con vostro figlio, tenendo conto anche delle motivazione che spingono gli altri ad adottare un atteggiamento di rifiuto o di scherno. Mettete in atto i rimedi necessari. Spiegare anche che nella vita non si può piacere a tutti, né essere sempre vincenti.
Se un figlio subisce senza reagire, alzate le antenne e cercate di capire i segnali, verbali e non, tipici del “bullismo”, come il desiderio di non andare più a scuola, la chiusura in se stessi, il rifiuto di parlare di problemi, i brutti voti, i pianti nel cuore della notte…. Non esitate e siate diretti: “Penso che qualcuno ti stia facendo del male, che sia prepotente con te, parliamone”. Dite a vostro figlio che siete pronti ad ascoltarlo quando lo vorrà.
E’ importante non lasciare che i figli vivano le loro amicizie come qualcosa di esclusivo, che non deve essere riservato nella comunicazione ordinaria della famiglia. Quando i ragazzi scelgono la strada del silenzio in casa, quando evitano di far conoscere i loro amici, è un cattivo segno: o ritengono che i grandi non sono in grado di capire i loro sentimenti e il loro vissuto (e bisognerebbe chiedersi perché sono arrivati a questa conclusione); oppure pensano che i coetanei non sono presentabili (e allora dovrebbero interrogarsi sulle scelte che fanno quotidianamente). Qualche volta si può trattare anche solo di pudore e allora tocca a loro fare il primo passo, con delicatezza e descrizione affinché non ci giudichino invadenti. Ma dobbiamo anche far capire che le loro esperienze di amicizia ci riguardano in quanto palestra della loro crescita.
Abbiamo il diritto e il dovere di chiedere ai nostri figli alcune cose precise: l’attenzione a mantenere sempre vivo il senso della responsabilità individuale, perché non si nascondano nel conformismo di gruppo; la capacità di custodire la loro autonomia di pensiero, di valutazione e di azione, affinché l’amicizia non sviluppi forme di dipendenza affettiva; la voglia di accrescere la disponibilità al confronto, in modo da non vivere le relazioni interpersonali in modo stagnante; il gusto di allargare progressivamente la cerchia delle conoscenze, così da superare la logica ghettizzante che talora pervade i gruppi giovanili; la disponibilità di transitare pian piano dalla logica dello “stare con” a quella dell’”essere per”.
Tutto questo significa, sostanzialmente, che dobbiamo sempre ricordare ai nostri ragazzi che bisogna rimanere se stessi anche nello scambio affettivo, perché la fedeltà alla propria identità non può essere svenduta per avere in cambio la sensazione di sentirsi accettati dai coetanei. E’ una verità, questa, che rimanda a un’altra verità: se non si è esigenti, non si costruisce mai un’autentica qualità della vita.

Estratti dagli articoli di Bruno Ferrero “Gli amici fanno crescere” e Marianna Pacucci “Risorsa amicizia” su Bollettino Salesiano ottobre 2008

IL PELLEGRINAGGIO

Partire è anzitutto uscire da sé.
Rompere quella crosta di egoismo che tenta di imprigionarci nel nostro io.
Partire è smetterla di girare intorno a noi,
come se fossimo il centro del mondo e della vita.
Partire è non lasciarci chiudere negli angusti problemi
del piccolo mondo a cui apparteniamo.
Qualunque sia l’importanza di questo nostro mondo,
l’umanità è più grande ed è essa che dobbiamo servire.
Partire non è divorare chilometri, attraversare i mari,
volare a velocità supersoniche.
Partire è anzitutto aprirci agli altri, scoprirli, farci loro incontro.
Aprirci alle idee, comprese quelle contrarie alle nostre,
significa avere il fiato di un buon camminatore.
Felice chi comprende e vive questo pensiero:
“se non sei d’accordo con me, tu mi fai più ricco”.
Avere vicino a sé una persona che sa dire solo “amen”,
che è sempre d’accordo, già prima che glielo chieda e incondizionatamente,
non è avere un compagno, ma un’ombra.
E’ possibile viaggiare da soli.

Ma un buon camminatore sa che il grande viaggio è quello della vita
ed esso esige dei compagni.
Beato chi si sente eternamente in viaggio
e in ogni prossimo vede un compagno desiderato.
Il buon camminatore si preoccupa dei compagni scoraggiati e stanchi.
Intuisce il momento in cui cominciano a disperare.
Li prende dove li trova. Li ascolta.
Con intelligenza e delicatezza,
soprattutto con amore, ridà coraggio e gusto per il cammino.
Andare avanti solo per andare avanti, non è vero camminare.
Camminare è andare verso una meta; è prevedere l’arrivo, lo sbarco.
Ma c’è cammino e cammino:
partire è mettersi in marcia e aiutare gli altri a cominciare la stessa marcia.
Per costruire un mondo più giusto.
Dom Helder Camara – Vescovo in Brasile